Cibo e consumo critico: vi consiglio un libro.

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Tom Standage è un brillante giornalista anglosassone, redattore dell’Economist. La sua specialità è quella di usare la storia per raccontare di economia, tecnologia e scienza. Unire il passato con il presente insomma.

Tre anni fa, mentre mi stavo occupando di informarmi sullo svezzamento di mia figlia, incappai non so dove sulla rete in una pagina dove si parlava di questo libro (Una storia commestibile dell’umanità, Codici Edizioni, pp 256, euro 24)  Già solamente l’accostamento “storia commestibile” mi incuriosiva e mi sembrava che potesse in qualche modo portare una riflessione sulla importanza del cibo nella vita di tutti i giorni. Così mi misi a cercarlo nelle librerie ma -ahimè- era esaurito da tempo. Provai allora sulla rete, nulla. Per cui attesi una ristampa, fiducioso che il titolo potesse interessare il pubblico tale da meritare l’onore di essere rimesso in circolazione. E in effetti, dopo circa un annetto l’editore Codici lo ripropose coraggiosamente ai lettori.

Non nascondo che è un libro che ogni tanto riprendo in mano, ci sono delle riflessioni davvero favolose, tra cui quella fondamentale che descrive il rapporto tra il denaro e il cibo:

“Oggi l’equiparazione del cibo alla ricchezza e al potere non esiste più. Per i popoli delle società agricole, il cibo funge da “riserva aurea”, da moneta corrente e da simbolo di ricchezza; è quello per cui si fatica ogni giorno. Ma nelle moderne società urbane è il denaro a rivestire questo ruolo. Il denaro è una forma più flessibile di ricchezza, facile da accantonare e trasferire, e prontamente convertibile in cibo al supermercato, al negozio sotto casa, a bar o al ristorante. Il cibo è l’equivalente del potere e della ricchezza solo quando è scarso o costoso […] eppure non ha ancora smesso di essere associato del tutto alla ricchezza […] I pranzi e le cene sono ancora una forma importante di moneta sociale […] i banchetti pantagruelici sono un modo diffuso di ostentare benessere e status e, nel mondo degli affari, di ricordare ai convitati chi comanda”. (pp.54-55)

una cena di rappresentanza al Quirinale
una cena di rappresentanza al Quirinale
il magna magna
il magna magna

Una volta i ricchi dunque erano quelli che avevano scorte di cibo e le utilizzavano come merce di scambio. Adesso i ricchi sono quelli che invece possono acquistare il cibo (in molti paesi infatti la soglia di povertà è definita in base al reddito necessario per acquistare un minimo di beni alimentari…il cosiddetto “paniere”).

Misuriamo tutto con il denaro, non è una novità certo. Anche la “qualità” del cibi che compriamo. Nella testa dell’acquirente medio (che non so chi sia, ma esiste, almeno per la grande distribuzione e per le sue strategie di vendita) vige l’equazione che quello che costa di più sia meglio (più buono, più di qualità, più sano…). E invece, i consumatori più attenti ormai lo sanno, la questione del costo dei cibi è un paradosso fenomenale.

Il “riso che non scuoce”, “i biscotti ancora più buoni”, “il prosciutto rustico” sono un esempio del fatto che i cibi più trasformati dalla industria alimentare siano in realtà inutilmente costosi. Semplicemente, non ne avremmo un gran bisogno. Eppure si vendono.

Dall’altro versante abbiamo i cibi “di elite”, quelli che costano ancora di più, le eccellenze alimentari. Cibi spesso più semplici, o per lo meno con meno ingredienti e meno passaggi di lavorazione, ma che invece arrivano a farci spendere cifre davvero importanti.

Con l’avvento dei discount poi abbiamo assistito, nell’ultimo decennio almeno, alla divisione ancora più rigida tra ricchi e poveri (sempre in termini di accesso al cibo), tra potenti e deboli.

Mentre diventavamo più ricchi abbandonavamo progressivamente le campagne perdendo l’antico legame con la terra, adesso che il nostro sistema economico ha dimostrato tutti i suoi limiti sta aumentando il desiderio di recuparlarlo. Paradossale no? Sembra la storia dell’oste con la botte piena e la moglie ubriaca. Gli orti urbani ad esempio raccontano spesso del desiderio sempre maggiore di avere un contatto con la terra e di fuggire dalla modernità. Paradossi che spesso generano delle storture o dei trend dove però le persone si fanno poche domande sul processo attraverso il quale si è arrivati a questo punto. Eviterò di parlare di EXPO.

Sta riacquistando sempre più importanza invece l’idea di un “consumo critico”, cioè quella di utilizzare i propri soldi solo come mezzo e non come fine. Prima si pensa cosa mettere in tavola e perché e poi lo si acquista.

un supermarket americano
un supermarket americano

Dovremmo cercare di capire sempre di più cosa ci serve veramente e cosa- invece- è inutile o addirittura dannoso. Questo atteggiamento comporta una modificazione e una trasformazione profonda dello stile di vita, delle abitudini (anche alimentari) e dei rapporti con le altre persone (e quindi delle relazioni di potere). Insomma, non abbiamo più bisogno di mangiare pasta tutti i giorni o carne un giorno si e uno no. La guerra è finita da un pezzo, il boom economico pure. E non si servono i cibi “light” se passiamo le nostre giornate senza dedicarci almeno per mezz’ora al nostro corpo facendo attività fisica.

Abbandonate le utopie del mondo perfetto dove tutti sono felici, la riflessione si sposta sulla convinzione che nessuno sviluppo potrà mai essere completamente “sostenibile” poiché comporta necessariamente una diminuzione dell’energia disponibile e una corruzione/degrado della materia stessa. Motivo per cui diventa una dovere del consumatore (consapevole) ridurre i propri consumi, soprattutto per chi verrà dopo di lui, al fine di ottenere una maggiore equità globale nel presente (per farvi una idea dello squilibrio mondiale di accesso alle risorse date una occhiata a questo rapporto Unicef del 2011).

Sul cosa mettere in tavola parlerò in un altro post (grazie ad un altro libro), ma è indubbio che questo ottimo lavoro di Standage ha il merito di offrire una riflessione interessante su come il cibo ha condizionato e condiziona ancora oggi la nostra esistenza e le nostre relazioni.  Come scrive nel libro “…tutto quello che abbiamo fatto nel corso della storia è stato letteralmente alimentato dal cibo”.

Buona lettura dunque. E buona spesa.

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